Tecnologia e relazioni umane

Tecnologia e relazioni umane

Parlare di tecnologia in funzione della capacità di entrare in relazione con l’altro è un tema caldo per questa nostra epoca caratterizzata da un singolare momento di trapasso e di crescita di concetti legati alla virtualità e alla ri-definizione dei legami tra persona e persona e persona-macchina.

Viviamo un cambio di statuto delle tecnologie digitali: fino a qualche tempo fa l’utente riceveva informazioni che servivano per poter meglio agire. Quel momento è già passato, il senso della trasformazione ha disegnato concretamente aspetti di una missione nuova: dare un parere specializzato sul reale e dare una interpretazione in senso reale.

Vuol dire che le informazioni che noi riceviamo oggi ci suggeriscono cosa fare e vi do subito un esempio. Ho bisogno di sapere qual è il migliore itinerario che mi porti a destinazione e uso l’applicazione Waze, una sorta di social gps che mi aggiorna costantemente sulla situazione del traffico e degli incidenti stradali, mi segnala autovelox e lavori in corso grazie  al feedback  coi cosiddetti Wazers. Questo tipo di sviluppo tecnologico mi porta, nell’ambito che mi interessa e per quello di cui ho bisogno, alla conoscenza esatta di una situazione richiesta dunque al raggiungimento della verità. Oggi le tecnologie racchiudono il potere della verità, ci dicono di agire e come agire e questo aspetto assume un valore socio-politico.

A partire dal  2007 quando le applicazioni su IPhone  ci spingevano a fare acquisti  ai nuovi assistenti vocali, Siri del 2010 e Alexa del 2016 il paesaggio tecnologico è profondamente trasformato. La tecnologia ha iniziato a parlare e mentre parla continua a dirci sempre con maggior precisione la verità.

Gli algoritmi sono già capaci di reclutare aspiranti lavoratori, i portali interagiscono con gli utenti. Nella realtà dell’industria 4.0 gli algoritmi guidano passo dopo passo il lavoratore. La macchina è in grado di darci degli ordini.

In questo mondo così velocemente trasformato e slargato la relazione tra persone sta subendo una modificazione epocale, sta perdendo le certezze umanistiche consolidate e si sta adattando o forse no alle nuove specificità che inducono ad agire in un modo piuttosto che in un altro, a omologare comportamenti e abitudini. Da una parte l’opinione pubblica sostiene la conservazione di relazioni basate sull’incontro e sullo scambio reale, sul contatto fisico, dall’altra ci si schiera a favore di relazioni che il mondo virtuale tiene in vita abbattendo i limiti di spazio e tempo e avvicinando a noi gente lontana per cultura, lingua, etnia, gusti.

Eppure nessuno di noi è tenuto a scegliere o ad appartenere a una scuola di pensiero o all’altra.

La relazione necessita di uscire dal proprio sè ed entrare in contatto o in contrasto con l’altro. Non è una questione di mezzi. Siamo in relazione quando accogliamo la diversità e condividiamo qualcosa in comune e questo ci dà un senso di appagamento ma anche di breve tensione dovuta al confronto costruttivo e al superamento dell’ egotismo.

Lo slargamento dei confini e il contatto con il mondo virtuale ha destrutturato quello che le società, le famiglie, il paese, il quartiere hanno per millenni costruito e cioè una rete relazionale capace di reggere legami tra le parti pur non avendo consapevolezza di come riuscire a farlo, pur non sapendo analizzare le emozioni e i sentimenti. Fuori da questi contesti siamo capaci di entrare davvero in relazione con l’altro?

Uno dei problemi più complessi da risolvere nel nostro mondo allargato e sempre meno definito ma ricchissimo di stimoli, informazioni e contatti, è proprio quello di riuscire a vivere relazioni di una qualche stabilità e non funzionali al bisogno dei soggetti. Si rileva un vero e proprio analfabetismo affettivo nelle nuove generazioni, una difficoltà diffusa nel mantenere i rapporti  e una insicurezza che genera confusione e fragilità. Spesso il momento del consumo diventa l’unica possibilità di vicinanza e scambio e ci si diverte per il tempo di uno scatto o di un clic di condivisione della foto sul social e non per l’intera serata passata insieme. Turkel chiama questo fenomeno “disturbo nei modelli di amicizia”: l’amicizia è diventata, in molti casi, non più relazione ma forma di autorealizzazione e di benessere personale. Si confonde l’essere interconnessi con l’essere insieme. D’altra parte avere un contatto di vicinanza fisica non garantisce il successo della relazione e nessuno di noi pensa che essere amici vuol dire essere seduti allo stesso tavolo o parlare di lavoro occupando lo stesso perimetro.

Essere attenti ai processi in corso ci aiuterà a capire? Sicuramente è necessaria un riflessione pedagogica  sul bisogno di relazione, che rimane vivo tra gli adolescenti e gli adulti, ma sembra sfuggire di mano, perdere smalto e trasformarsi nel processo di mutazioni e sviluppi che ci riguardano. Dunque non colpevolizzare i mezzi, ma imparare ad usarli, non demonizzare Internet ma capire i bisogni personali, ri-costruire senza demolire, cercando ci conoscere esigenze e limiti. Ora più che mai abbiamo bisogno di un nuovo Umanesimo, di riportare la persona dentro la persona e di avviare processi di consapevolezza per avere gli strumenti che ci conducano dentro una rete di relazioni dove i fili sono i nostri processi, i nostri sentimenti per l’altro, le nostre capacità e il riconoscimento delle debolezze.

@soniaciuffetelli