Zona rossa

Zona rossa

 

Hanno detto che si tratta di una rivoluzione annunciata, una cosa precipitata sul mondo e che viene da lontano, dal film che l’ha inventata, dal libro che l’ha predetta. Dal laboratorio che l’ha sganciata. E chissà che cos’è.

Ogni casa è una cellula, produce energia e lavoro oppure conserva malattia e morte, terrori blindati, dipende. Ogni strada è un percorso diverso, io sono in zona rossa e so di fare una vita diversa da chi si trova in quella gialla e in quella arancione, è una questione di colori, come sempre. Quindi guardo i tg, intervistano gente al bar, qui invece il bar è chiuso e le campane suonano a morto. Le sirene sono più forti, le ambulanze sfrecciano rapide nel traffico che non c’è. A due passi da qui, in montagna, la gente fa trekking o passeggia nei boschi gialli, verdi e marroni e sembra che l’autunno sia andato avanti, oltre il suo consueto limite; eppure l’inverno soffia un alito freddo e lo sento sul collo.

Vedo gente parlare e ridere, sono ragazzi, avranno vent’anni e sono già dentro un’epoca ostile, che vieta le libertà semplici. Sono giovani che non possono festeggiare come vorrebbero, che hanno saltato il party dei 18 anni, i 100 giorni a scuola e la gita scolastica. Sono gli stessi che tanti accusano per aver fatto finta di niente, per aver passato un’estate a baciarsi in riva al mare, in discoteca e a fare sesso con chi gli pare. E c’è anche questo.

Ora succede che prendo la mia auto, munita io di autocertificazione, e sento tutto il mio corpo, il mio respiro, esserci. Mi sposto per andare in ospedale, lì trovo una persona cara, malata, che non posso vedere, non posso aiutare, né consolare con un sorriso. E mentre guido sento di essere dall’altra parte e di non poter fare nulla per scavalcare il confine che mi separa dalla persona che sta soffrendo, che sta annaspando sotto un respiratore. Quindi mi chiedo perché. Perché sono arrivata in ospedale se poi me ne sto fuori a guardare il perimetro del reparto sotto un freddo che adesso a poco a poco mi ghiaccia.

Ora succede che tu stai facendo un giro in bici o stai giocando a tennis sullo sfondo dell’appennino. La racchetta picchia forte la palla non tanto per vincere quanto per picchiare.

Succede anche che un altro passa il sabato pomeriggio a pedalare tra le brume novembrine non tanto per arrivare a un traguardo quanto per bruciare qualcosa di indefinito, per smorzare qualcosa di nascosto, che non saprebbe dire.

E dall’angolo dello scenario, obliqua, vedo tutto questo stare insieme, cose che non c’entrano e che si cancellano a vicenda, situazioni che entrano in conflitto, se non conoscessi gli alfabeti. Quindi attingo a tutte le mie forze, sperando di trovarle ancora e cerco di capire che è impossibile, in questo momento, condividere lo stato d’animo, trovare un filo che unisce. Stringersi.

Una tarma, uno scavo e una paura da attraversare. Ogni modo vale. Non si sceglie. La reazione alla paura è un pulviscolo di cose personali, evanescenti: la capacità di adattarsi o di nascondersi, di mimetizzarsi. La capacità di capire fino in fondo ed essere consapevoli. La possibilità di confutare la realtà e di non accettarla inventando complotti planetari e terrorismi di massa, nuove dittature, rovesci irreversibili.

Il vicino di casa non ci parla più, stringe un ciao frettoloso sotto la mascherina, si infila sottile tra uscio e ingresso, varca la soglia del possibile contagio per entrare in una nuova possibilità di contagio. Il luogo del rifugio e del riparo non esiste, la convivenza con i nostri figli, con i nostri cari, corrisponde a una possibilità di malattia e di sofferenza. E di morte. Si modifica il nostro modo di stare insieme, guardarsi da tutti, dai propri bambini che agli asili chissà come si avvicinano, come spernacchiano, ignari di cosa significhi il colore rosso per il mondo là fuori.

A questo non avevamo pensato.

Quando il corpo, il fiato, il toccarsi era l’amore. Ed era rosso.

Quando le stesse cose ora sono la malattia e il contagio. E sono rosse.

Sonia Ciuffetelli