Intervista a Francesco Muzzopappa

Intervista a Francesco Muzzopappa

Scrivere commedie è considerato da molti “letteratura minore”. Tu cosa risponderesti a chi la pensa così?

Il lettore ha sempre ragione, ed è libero di scegliere tra i 92mila titoli che escono in libreria ogni anno. In generale, credo che nel mondo ci sia spazio per tutti, anche per me. Quel che so è che di norma le critiche al genere umoristico arrivano da gente che l’umorismo non lo capisce o non lo sa fare. Ma ci ho fatto pace. Le cose importanti nel mondo sono altre.

Hai dichiarato di esserti formato su Swift, Sterne e Wodehouse. Ma se dovessi scegliere uno solo come maestro spirituale, chi sceglieresti? E perché non gli altri due?

Swift mi ha spalancato le porte della Satira. Devo moltissimo a lui, ma prima ancora alla professoressa Franca Della Rosa, che durante i miei anni di studio matto e disperatissimo nella Facoltà di Lingue, a Bari, mi ha mostrato cosa si poteva fare davvero con le parole: smuovere le coscienze. Una modesta proposta di Swift con me ha fatto il miracolo. Sterne mi ha insegnato l’arte della libertà narrativa e l’importanza del paratesto, che per esempio inserisco nel mio romanzo Dente per Dente. Wodehouse quell’arte tutta inglese di sfottere il sistema restando impliciti. Un genio.

C’è una battuta che hai scritto e di cui vai così fiero da averla raccontata almeno tre volte a cena?

Credo di no. Sono però consapevole di dire sempre le stesse cose nelle presentazioni in libreria. Ho delle aree di comfort zone che mi fanno vincere l’estrema timidezza d’essere davanti a un pubblico che è lì per giudicarmi. Si chiama Sindrome dell’Impostore.

Hai lavorato per anni come copywriter radiofonico, vincendo anche premi. Quando nasce in te il desiderio di scrivere romanzi?

A lungo è stata riconosciuta la mia capacità di scrivere bei testi per pubblicità radiofoniche, che si facevano ascoltare, capaci di vincere premi, ma in realtà ho sempre lavorato anche per spot pubblicitari, campagne stampa, affissione, ho ideato web serie quando ancora le web serie non avevano così tanto spazio. Quando (per puro caso) ho frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari, un vero Maestro, ho capito che la mia vena creativa avrebbe trovato più spazio in un romanzo, che in uno spot che, per forza di cose, ha molti legacci. Perché io ci mettevo le idee, ma i soldi ce li mettevano i brand. E i brand, di norma, specie quando sono grandi, sono molto cauti.

Un copywriter impara a dire tutto con pochissime parole. Quanto ti costa, invece, scrivere trecento pagine?

In realtà, ho scelto di “scrivere lungo” proprio in un momento di stanca. Gli strumenti retorici a disposizione di un pubblicitario, negli ultimi anni, sono diventati sempre meno interessanti e sofisticati. Il livello culturale generale si è abbassato notevolmente, il tempo di attenzione verso messaggi complessi è crollato. Scrivere oltre i trenta secondi di uno spot è stata la mia salvezza.

In Affari di famiglia, la contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna è l’anziana nobildonna che organizza il proprio rapimento per salvarsi dalla bancarotta. Quando hai iniziato a scrivere il romanzo avevi chiari in mente i suoi tratti e la sua personalità oppure li hai costruiti scrivendo?

Quel romanzo è un omaggio alla grandezza di Wodehouse. Il portato da farsa teatrale, le scaramucce verbali e la feroce critica sociale viene da lì. I tratti della Contessa, ahimè, vengono dalla mia testa: le Gocciole, il Baratti e Milano, l’alcolismo, il piglio autoritario, l’atteggiamento snob nei confronti di qualunque oggetto, animato e inanimato.

Il figlio Emanuele è descritto, con precisione chirurgica, come “tanto bello quanto cretino”. Hai incontrato il modello nella vita reale? E se sì, lui potrebbe riconoscersi nel personaggio che hai rappresentato?

Ne ho conosciuti tanti, come Emanuele. Normalmente il loro cervello non è in grado di fare due più due. Anche avessi preso a modello una persona in particolare, non se ne sarebbe mai accorta.

Per scrivere la contessa hai riletto Wodehouse, Alan Bennett, Tom Sharpe, rivisto “Tre nipoti e un maggiordomo”… Possiamo dire che è il romanzo con la bibliografia più nobile della tua carriera? E ti sei sentito in colpa a mettere un diamante chiamato Koh-i-Noor nelle mani di Ludmilla Coprova?

Molto in colpa. Prima di scrivere un romanzo decido a priori lo stile umoristico della voce narrante, che nei miei romanzi appartiene sempre al o alla protagonista. Per rendere credibile la Contessa bisognava scavare nei primi decenni del 1900, soprattutto. In altri testi, ho diretto la mia attenzione altrove, nel sarcasmo americano, nell’autoironia di stampo ebraico, nei passivo aggressivi dei nostri tempi.

Affari di famiglia è uscito nel 2014, ma la contessa è poi tornata in La contessa va in crociera nel 2025. Undici anni dopo — come stava? Ti aveva aspettato o si era imbattuta in altri guai nel frattempo?

Mi ha spalancato le braccia nel periodo terrificante del Covid. Sono rientrato nei suoi panni quando ho avuto bisogno di conforto e leggerezza. Lei è stata al gioco.

In Santa Maria – Anche la Morte va in burnout, la Morte è una signora di sessant’anni esausta. Come si è generato in te questo personaggio? Porta con sé qualcuno che già conosci o rappresenta qualcosa che senti?

È forse il mio romanzo più politico. C’è una profonda crisi di modelli comportamentali, nel mondo. I nuovi ricchi, le lobby di potere e più in generale chi governa la Terra non ha alcun problema a velocizzare il lavoro di “sora nostra Morte corporale”, per citare San Francesco. Ne ho fatto satira sociale.

La contessa va in crociera è uscito nel 2025. Le crociere sono già di per sé un universo narrativo imprevedibile — o hai dovuto inventarti qualcosa di ancora più assurdo?

Sono rimasto folgorato da una docuserie Sky sulle navi da crociera. Si tratta di un mondo parallelo in cui convivono affreschi romani con statue greche con zumba a bordo piscina, musical sugli Abba, neon colorati, acquascivoli, e cibo senza limiti. Il lavoro era già fatto.

Hai la serie degli “Spiegati male” — Inferno, Europa, Promessi Sposi, Odissea. Qual è il prossimo classico che meriterebbe una spiegazione malissimo? E qual è quello che, per ora, ti fa ancora troppa paura?

Prima o poi dovrò affrontare anche il Purgatorio e il Paradiso, ma al momento me ne tengo alla larga. Scriverei volentieri una parodia dei Malavoglia. E di Pinocchio.

Sei nato a Bari, vivi sul Lago Maggiore. Geograficamente hai fatto un salto notevole. Il tuo umorismo ha l’accento di dove?

Ha l’accento britannico. Il salto è servito a poco.

 

 

La tua compagna legge le prime bozze “con terrore e rassegnazione”, hai detto in passato. Ti ha mai fermato su qualcosa? E hai ascoltato?

Ha storto il naso su alcuni passaggi di vecchi romanzi che ho messo in ordine proprio in seguito ai suoi commenti. La ascolto molto. Ricordo di aver abbandonato un progetto proprio perché non la convinceva. Ma è stato un unicum. Evidentemente, non ero convinto nemmeno io.

Scrivi sia per adulti sia per bambini e ragazzi. Chi ride meglio, i piccoli o i grandi?

Si ride per cose diverse. I piccoli, di norma, non hanno quei pregiudizi verso il genere umoristico che hanno talvolta gli adulti. I bimbi ridono a crepapelle; i grandi sorridono, spesso con un senso di colpa, ché da maggiorenni bisogna restare seri.

Se domani mattina ti svegliassi e scoprissi di non poter più scrivere storie ironiche e umoristiche — solo romanzi seri, drammatici, magari lacrimosi — cosa faresti? Cambieresti mestiere, oppure ci proveresti lo stesso rischiando di far ridere involontariamente?

I miei primi racconti erano seri, drammatici e lacrimosi. Ho poi abbandonato il proposito perché mi scavavano dentro, troppo, e ci stavo male. A quel punto tornerei a lavorare in pubblicità, dove la capacità di creare attenzione attraverso l’umorismo è da sempre considerata una risorsa.

Grazie mille, Francesco.

Intervista di Sonia Ciuffetelli

FRANCESCO MUZZOPAPPA, nato a Bari nel 1976, vive sul Lago Maggiore.Ha scritto Una posizione scomoda (2013), Affari di famiglia (2014), Dente per dente (2017, premio Massimo Troisi per la migliore opera umoristica), pubblicati anche in Francia.Seguono Heidi (2018), la raccolta di racconti Un uomo a pezzi (2020), Sarò Breve (2022), Santa Maria (2024) e La contessa va in crociera (2025).Dal 2020 si dedica anche alla scrittura per bambini e ragazzi: Il Primo Disastroso Libro di Matt (2020, premio Selezione Bancarellino), Il nuovo catastrofico libro di Matt (2021) e Pianeta Terra chiama Matt (2022, finalista Premio Sciascia Ragazzi), Fiabe Brevi che finiscono Malissimo (2025, illustrate da Sio) e Dinosaster (2025).Sua la serie degli Spiegati Male: L’Inferno spiegato male (2021), L’Europa spiegata male (2022), I Promessi Sposi spiegati male (2023) e L’Odissea spiegata male (2024).È del 2023 invece Wonderbrutto, finalista al Premio Strega Ragazzi. Nel 2023 ha ricevuto il Premio Guareschi alla carriera nell’ambito del World Humor Awards.