Intervista a Giancarlo Pontiggia

Intervista a Giancarlo Pontiggia

Intervista a Giancarlo Pontiggia

di Sonia Ciuffetelli

  1. Giancarlo Pontiggia, dove nasce la poesia, qual è la sua sorgente?

Nasce in noi, e viene da lontano, da un mondo che ci precede, e che entra in noi  per piccoli segni, suoni, figure. Penso al bimbo che viene alla luce, ed è come un secchio o un vaso in cui quel mondo si travasa, con tutta la sua forza sensibile, il suo misterioso impasto di fiamme, di acque, di arie, di voci che si depositano nel fondo primordiale del nostro essere, e ci fanno oscillare. Il mistero sta nella traduzione che ciascuno – per caso, o forse per necessità – andrà a fare di quel mondo: pioggia che annuncia qualcosa, vento che batte e ci fa sussultare, urti e suoni che si fanno anima, e cominciano a delineare un ordine, sospeso e un po’ sognante. Solo più tardi quel mondo troverà le sue parole, la sua retorica, una forma compiuta. E saranno parole-immagini, parole-suoni, parole-pensieri, affondate dentro una tradizione in cui il nostro mondo si affina, affonda in una verticale di ritmi e di sonorità che sono poi quelli della nostra lingua. Siamo tutti ascoltatori del mondo: ma poi quel che conta è saper tracciare i perimetri in cui il soffio della vita va a depositarsi, entrando nella dimensione di una disciplina. La poesia è una strana materia, in cui si fondono vaghezza e precisione: ogni forza che agisce deve trovare la sua forma, in ogni sentire deve vibrare un pensiero.

  1. Le immagini che compongono il testo poetico nascono dal nostro pensiero e si arricchiscono grazie al senso e al significato. Come considera l’immagine poetica?

L’immagine è il cuore dell’arte: di ogni forma d’arte, non solo della poesia. L’immagine è ciò che salda il nostro io al mondo, che ci permette di gettare gli occhi su qualcosa che non sarebbe altrimenti conoscibile. Le immagini più potenti, per quel che mi riguarda, sono quelle in cui un oggetto umile, concreto, si carica di un senso che ha a che fare con il nostro sentire più profondo. Penso alla strofe conclusiva di una poesia del mio ultimo libro, quella che s’intitola Prima di ogni prima: «E c’è un otre, e un nero che s’infiamma / e un bimbo / con le croste alle ginocchia, e i sensi / dell’estate che s’intrudono – passi, fruscii, sobbalzi // e niente che non sia». Quell’otre c’era davvero, un tempo, e stava all’inizio del vivere. E dentro quell’otre scivolava l’estate del mondo, con tutta la sua forza sensibile, e l’ombra di qualcosa che stava per accadere, una volta per sempre.

  1. Quanta vita c’è nella poesia contemporanea? La relazione tra letteratura e vita rimane un punto essenziale nel “fare poetico”?

La modernità, in poesia, nasce nel momento in cui la parola si volge alle proprie radici, e sente il brivido di un prima che agisce su di essa, rinnovandola. Siamo all’altezza di Hölderlin e di Leopardi, animati entrambi da una sorta di nostalgia dell’antico, che presto si farà, sulle orme del Vico, anche nostalgia dell’infanzia. Da quel momento la vita irrompe dentro il solco del verso, facendo saltare ogni presupposto retorico. Retorico, ma non formale. E non credo di sbagliare osservando che la questione della poesia, negli ultimi due secoli, consiste proprio nella necessità di porre degli argini a quegli impetuosi moti della lingua e del cuore che sembrano strabordare da ogni parte.

  1. In un suo discorso lei ha affermato che “la poesia è un sogno di civiltà”…

Civiltà è una parola che dovremmo trattare con cura, se non altro perché sono le civiltà che creano i poeti, e non il contrario. E creano, insieme alla poesia e alle arti, le costituzioni, le leggi, una forma morale della relazione umana. Non credo nell’uomo di cui parla Rousseau, tanto meno nell’uomo incamminato sui sentieri dell’Oltre di tanta parte della filosofia post-nietzscheana. Forse dovrei aggiungere che diffido dell’uomo, come avrà intuito il lettore de “La materia del contendere”: e penso a poesie come “Un basolo, sogna”; “Fossile”; “Lascaux” voce”; “Dal Pleistocene”; “Il mondo nuovo” e molte altre, in cui al centro è proprio l’uomo come costruttore e manipolatore di realtà. Dovessi definirlo, l’uomo, direi che è un essere alquanto meschino e brutale, abitato però – da un certo momento in poi della sua storia – da un sogno di misteriosa purezza. Dentro quel sogno è la poesia stessa, che nei suoi momenti più alti sa immaginare un ordine felice delle cose, come se davvero potesse attuarsi. E mi verrebbe voglia di dire: cos’è “l’Eneide” di Virgilio se non un sogno di civiltà? Ma lo è anche il “De rerum natura” di Lucrezio, pur nel suo pessimismo radicale, nella sua prospettiva radicalmente atomistica. La felicità della poesia è tutta di ordine conoscitivo e utopico: un’utopia non astratta, ma affondata nella sostanza concreta dei moti percettivi, dei pensieri contraddittori che si agitano in noi. Penso ancora a Virgilio, nei cui versi è una riflessione costante sui temi del male, del dolore, dell’imperscrutabilità dei disegni divini: pure, nelle sue opere, è anche una pietas che sa riscattare i pensieri più rovinosi, un sogno di giardini ideali.

  1. «Il tempo, questo sovrano senza regno, / che getta la sua moneta a ogni bivio, / ne sa meno di me e di te, che ci guardiamo. / Non credere a chi crede troppo, / e neanche a chi non crede, sii / come la luce di questa baia, dove fa notte, / e basta». Sono versi tratti dal suo libro La materia del contendere, finalista al premio Strega 2025.

Essere luce e accettare la notte: è questa una delle riflessioni su cui lei si sofferma nell’elaborazione della sua poesia…

Sì, è proprio così. I versi che ha citato si trovano in una delle ultime poesie del libro, quella intitolata Tutto è pieno di dèi, di vita che pullula, che si apre con una citazione di Talete, colui che diede inizio – secondo l’autorità di Aristotele – all’indagine filosofica. La poesia è tutta un omaggio al mondo classico, interpretato nei due principi che meglio lo rappresentano: la perenne contesa che oppone e governa gli elementi cosmici, e da cui nasce – secondo il pensiero eracliteo – una misteriosa armonia; il concetto di misura, che qui è risolto con immagini e figure tratte dalla poesia oraziana. E quella baia è la stessa cui si allude alla fine di una poesia (Citera. Una sosta) del mio libro precedente.

  1. Quali poeti e poetesse ama leggere?

Sono sempre stato – fin dagli anni del ginnasio – un lettore irregolare, che si muoveva dentro le forme della scrittura obbedendo a una qualche necessità interiore. Se m’inoltravo in una natura boschiva, sentivo il bisogno di leggere l’Aminta del Tasso, e magari qualche suo derivato minore, ma non meno fulgido, come la Filli del Bonarelli; e se vagavo per le vie di una città metropolitana, il pensiero correva subito ai Tableaux parisiens di Baudelaire. Come se ogni esperienza del cuore e dei sensi esigesse una corrispondenza nella sostanza della lingua. La poesia resta in fondo ai miei occhi uno dei modi attraverso i quali dare ordine alla nostra percezione del mondo, modellandolo e forse ricreandolo. Il mio sentire doveva molto agli archetipi del grande romanticismo europeo: Schiller, Hölderlin, Keats, Leopardi sono stati a lungo i miei autori, per quella loro capacità di essere insieme antichi e moderni, ma anche di suscitare contrasti, facendo cozzare le ragioni della natura con quelle del pensiero. Ma poi, periodicamente, tornavo ai miei classici, ai grandi moralisti come Seneca e Marco Aurelio, ai fiammeggianti storici come Tacito e Ammiano Marcellino, in cui è uno studio continuo dell’animo umano. Ai moderni dobbiamo l’inaudito del sentire, una declinazione della lingua capace di accogliere in sé le forme del mistero e dell’invisibile: un’avventura esaltante, sempre sull’orlo del naufragio. Penso alla grande poesia di Celan. I classici, con il loro quieto e profondo magistero, ci salvano ogni volta da quel senso di oscurità e di sproporzione che è come il marchio della nostra modernità. Ma i tragici greci restano il modello assoluto della perfezione poetica, con quella loro capacità di indagare il carattere ambiguo e contraddittorio della realtà, senza rinunciare alle forze del pensiero e dell’argomentazione.

  1. Nella complessità della realtà la poesia si manifesta in varie forme, diverse tra loro: lirica, di ricerca, performativa. La forma poetica però è sostanziale e rivela l’essenza della poesia stessa. Questi mondi poetici secondo lei si incontrano in qualche caso?

Si incontrano solo quando sono poesia, e mi perdoni la tautologia della risposta. Gli esperimenti sulla lingua valgono soltanto se sono mossi da una necessità interiore, che non può mai essere di natura puramente espressiva. E al centro del dibattito poetico deve restare una parola in cui si concentri l’indagine conoscitiva e la memorabilità del dato formale. Ho sempre pensato alla poesia come a una scultura: un oggetto sensibile, dotato di una sua forza sintetica. Quando il dato formale non è più percepibile, e la parola soccombe ad altre esigenze, siamo in presenza di qualcosa d’altro: è il mondo dello spettacolo, con tutte le sue energie ritmiche e sensoriali, la sua fisicità strabordante, priva di silenzio e di pensiero.

  1. Lei ha scritto Ades. Tetralogia del sottosuolo per Neos e Stazioni per Nuova Magenta. Ci parla del suo legame con il teatro?

Ades è composta di quattro movimenti, ciascuno autonomo e rappresentabile anche separatamente dagli altri. In realtà, mentre li componevo, esattamente nell’ordine con cui sono stati pubblicati, sentivo che ogni movimento non sarebbe esistito senza i precedenti, e che il senso complessivo del lavoro derivava proprio dai fili sotterranei che andavano intrecciandosi, battuta dopo battuta. Il legame non è solo l’ambientazione infera: il motivo dominante, che trapassa da un movimento all’altro, è quello della contraffazione della realtà. Falsari sono i presidi e il ministro di Cunicoli, che infatti verrà gettato nella decima bolgia dantesca. Ma falsario è anche il Padre del Vendicatore, che è – dei quattro – il movimento più scandaloso ed eretico: eretico – voglio dire – nella prospettiva giudaico-cristiana in cui va quasi inevitabilmente a collocarsi. Ritroviamo il Figlio – figura sacrificale del grande progetto paterno – nel monologo in versi di Albe, che è una passione nel senso propriamente cristiano del termine: in realtà il protagonista è un uomo qualunque, che rivive però in sé – ad ogni risveglio – il momento drammatico della resurrezione. La proiezione, sullo sfondo, della Resurrezione di Piero a Sansepolcro, con la sua carica tragica ed enigmatica, pesa su ogni verso, spingendo di nuovo il protagonista nel pauroso antro da cui era faticosamente riemerso. L’ultimo movimento (Catabasi a Milano), con i suoi lieviti aristofaneschi, ci riporta alla cronaca contemporanea: le menzogne della Gran Fornaia si propagano all’indietro, coinvolgendo anche i saggi di un tempo – da Solone ai due Catone –, che sembrano sprofondare definitivamente nel processo di menzogna e di contraffazione che invade il mondo dei morti come il mondo dei vivi. Il teatro cui tengo, come si sarà capito da questa sintesi, è sempre un teatro civile (perché si volge a una civitas, a una comunità culturalmente e linguisticamente definita), un teatro di pensiero (perché vive nella dialogicità delle voci e nella potenza argomentativa della parola); ed è un teatro antropologico, che pone al centro l’uomo, nella complessità ultima dei suoi miti e dei suoi simboli. Altro poi sarà il discorso se ancora esista una civitas, un pensiero, un uomo. Ma i poeti non possono fermarsi a ciò che è, e che sembra inevitabile.

  1. Ha mai pensato a una modalità efficace per la divulgazione della poesia? Cosa possiamo fare per rendere la poesia accessibile e per motivare i lettori?

La poesia è per tutti, e non è per tutti. E non sto parlando per enigmi. La poesia ti viene incontro nella necessità di un incontro: esige un ascolto, una tensione meditativa, una forza di concentrazione che possono essere di tutti, ma di fatto urtano contro il nucleo liquido ed erratico della nostra modernità.

10. Come potrebbe trasformarsi il genere poetico in questa società veloce, che si modifica rapidamente seguendo ritmi diversi da quelli della lettura e della riflessione personale?

I moti della storia sono fantastici e arbitrari, al contrario di quel che comunemente si pensa, e non è detto che il mondo che stiamo immaginando sia davvero quello che ci attenderà. Mi limito a una sola osservazione. La poesia, nei suoi esiti più alti, è un esercizio di complessità: se la spogliamo della sua forza argomentativa, della sua sonorità linguistica, della sua energia immaginosa, cosa rimane? Tecnicamente, erano poesie anche le filastrocche, piacevolissime, del Capitan Cocoricò sul «Corrierino» di cui eravamo tanto avidi da piccoli: ma eravamo piccoli, appunto. Niente impedisce che i poeti diventino parolieri orecchiabili, o consumatori di strofette facili, come già sta accadendo: per quello che mi riguarda la poesia è altro. Forse i poeti dovranno rinunciare alla parola «poesia» per continuare a scrivere. Forse dovranno nascondersi al mondo. E non ci sarà niente di male. Tutto ciò che abbiamo vissuto è una costruzione storica, destinata prima o poi all’obsolescenza e alla scomparsa. Non mi inquieta la scomparsa della poesia, ma la sua falsificazione.

Grazie davvero per la bella intervista.

Giancarlo Pontiggia (1952), milanese, ha pubblicato le raccolte poetiche Con parole remote (Guanda, 1998; nuova edizione Vallecchi, 2024), Bosco del tempo (Guanda, 2005), Il moto delle cose (Mondadori, 2017), La materia del contendere (Garzanti, 2025).Per il teatro ha scritto Stazioni (Nem, 2010) e Ades. Tetralogia del sottosuolo (Neos, 2017). Saggi di poetica e riflessioni sulla letteratura si trovano nei volumi Esercizi di resistenza e di passione (Medusa, 2002), Lo stadio di Nemea (Moretti&Vitali, 2013), Undici dialoghi sulla poesia (La Vita Felice, 2014), Nuovi dialoghi sulla poesia (Amos, 2022), Origine (Vallecchi, 2022). Traduce dal francese e dalle lingue classiche.Da poco è uscito, per la cura di Antonio Sichera, un volume di saggi e di interventi critici dedicati alla sua opera poetica (Nel sentire del mondo, Macabor, 2025).