Leonardo, nel 2012 con il primo libro della saga di fantascienza Multiversum pubblicato da Mondadori hai proiettato i lettori italiani in un labirinto di realtà parallele; lo hai fatto prima che il concetto di multiverso dilagasse nel cinema attuale. Come vedi l’evoluzione di questo tema oggi?
A distanza di 14 anni da quella storia, mi sento di dire che oggi il Multiverso è un luogo piuttosto affollato. Non che io avessi inventato niente, ci mancherebbe, ma nel 2012 lo stesso vocabolo specifico non era stato quasi mai usato all’interno di un titolo. Oggi invece è un po’ ovunque. Evidentemente la nostra realtà non ci basta più. Vogliamo esplorarle tutte.
Il multiverso rompe la narrazione lineare tradizionale e permette narrazioni interconnesse. Come fare, scrivendo, a non perdere il filo della coerenza e a gestire più linee temporali o più realtà diverse?
Ai tempi ho dovuto impegnare parecchio i miei neuroni, e mi servivo di mappe per tenere traccia di tutti gli intrecci tra le varie linee temporali. L’incongruenza in questi
casi è dietro l’angolo, specie quando segui l’evoluzione di diversi personaggi in età e periodi storici differenti (in quel caso, diversi scenari erano futuri, alternativi, e in
alcuni si sfasavano perfino le età degli stessi protagonisti per motivi che sarebbe delittuoso spoilerare!). Insomma, non è una passeggiata di salute… ma fa bene al
cervello, lo tiene sveglio.
Qual è la differenza tra il genere fantascientifico e il distopico?
Non parlerei di differenze ma di punti di contatto, visto che nel gigantesco contenitore della fantascienza c’è spazio per la distopia: per sua natura una storia distopica spesso sfrutta l’evoluzione pericolosa di una scoperta scientifica (pensiamo a Black Mirror) mostrandoti i rischi che si corrono quando si varcano determinati confini. E arriva così a dipingerti un mondo narrativo non esattamente ideale in cui vivere. Oppure parte da un’intenzione quasi utopistica (Il mondo nuovo
docet) per svelare al lettore il prezzo da pagare, se si gioca la partita delle divinità.Non è un caso se il terzo e ultimo libro di Multiversum si intitola appunto Utopia…ed è una pura distopia.
Con i libri come There o Time Deal i toni si sono fatti più cupi e psicologici. Cosa ti affascina del lato oscuro della natura umana?
Tutto! È il mio territorio d’indagine preferito. Soprattutto con There mi sono messo
in discussione, perché ho affrontato un viaggio ai confini stessi della scienza. Da amante della ricerca quale sono, ho ceduto alla tentazione di dare una sbirciata oltre
il limite della vita terrena, per scivolare in una realtà sovrasensibile che è molto più difficile da spiegare con gli strumenti scientifici a nostra disposizione oggi. È un romanzo che parla di esperienze di premorte, quindi siamo davvero dalle parti delle fringe theories. Inutile dire che l’espediente mi serviva per raccontare in realtà l’elaborazione di un lutto, quindi il fine era tematico. In Time Deal invece, a ben guardare un’altra pura distopia, ho voluto esplorare il tema dell’eterna giovinezza, della nostra ricerca di una sorta di immortalità e di una paradossale imposizione dall’alto di questo tipo di sviluppo dei nostri eventi.
La tua carriera come doppiatore ha forse influenzato il modo di scrivere i dialoghi. Quando scrivi un dialogo lo reciti mentalmente per sentirne il ritmo? Quanto ti ha aiutato la professione vocale nella caratterizzazione dei personaggi?
Diciamo che tutto aiuta. Ogni approccio artistico contribuisce a costruire la propria voce come narratore. Quindi anche aver studiato recitazione teatrale e dizione, per lavorare come doppiatore (ahimè una professione che non svolgo più, perché non ho fisicamente il tempo) mi ha senza dubbio abituato ad avere un’attenzione particolare verso la musicalità di un dialogo, o di una descrizione. Quando vesto i panni del coach letterario, un tormentone che i miei allievi sentono fino allo sfinimento è “rileggete ad alta voce”. Rileggere ad alta voce fa saltar fuori tutto. Ogni magagna, ogni vizio di forma. È una pratica davvero cruciale.
In un mercato editoriale saturo qual è l’errore più comune che vedi fare agli aspiranti scrittori di genere in Italia?
Ne vedo fare troppi, ho realizzato un podcast per Storytel (intitolato Story Coach) proprio per dare consigli e far evitare passi falsi a chi ancora non conosce bene questo ambito professionale. Ma direi che l’approccio più sbagliato là fuori è quello relativo alla lettura dei contratti. Pochi li sanno davvero analizzare e negoziare come
si dovrebbe sempre fare, e mettono la loro firma su accordi del tutto svantaggiosi, se non quasi al limite della truffa. Su questo io credo si debba ancora fare molto per
“educare” l’artista alle prime armi. Io ci provo, con seminari e podcast vari, ma mi rendo conto (e lo capisco, perché siamo esseri umani) che spesso la smania di
pubblicare offusca un po’ la mente, e porta molti a firmare deal di cui poi, anni dopo, si pentiranno. Meglio prevenire (ma bisogna sapere come farlo).
C’è un libro, un film o un videogioco recente che ti ha fatto dire: avrei voluto scriverlo io!
Non è recente, ma un film che avrei voluto scrivere è senza dubbio The Truman Show. Negli ultimi anni, potrei citare Inception e Interstellar di Nolan, e mi rendo
conto che sto menzionando solo film. Forse perché non esiste un romanzo che “avrei voluto scrivere io”. Quelli che ho adorato… sono felicissimo che li abbiano scritti gli altri.
Quali sono gli autori e le autrici che ami come lettore?
Sono cresciuto a pane e Stephen King. È stato lui a farmi venire voglia di percorrere questa strada. Poi c’è tutta una tradizione, specie in ambito fantascientifico, che va
da Lem a Dick a Galouye, a Ursula Le Guin… autori visionari che mi fanno pensare che il viaggio nel tempo sia una realtà, visto quello che sono riusciti a concepire
con decenni di anticipo sull’evoluzione umana (e perfino Dino Buzzati rientra in questa categoria!), ma potrei andare avanti fino a domani con l’elenco.
Allo stato attuale ragazzi e adulti cosa amano della fantascienza?
Quello che hanno sempre amato, a prescindere dalla generazione presa in esame: divertirsi con la speculazione e i what if, riflettere sui temi umani, sondare l’insondabile.
Tre libri imperdibili che tutti dovrebbero leggere…
“Simulacron” di Daniel Galouye, “Ubik” di Philip K. Dick, “1984” di George Orwell.
Sei voce narrante, sei stato cantante e musicista, sei un autore. Ti piace fare tutto allo stesso modo, ti esprimi attraverso vari canali e in diverse modalità oppure c’è uno di questi campi che ti piace in modo particolare?
La musica mi ha sempre accompagnato, in questa vita, ma è stata una professione soltanto negli anni in cui con la mia band (i Beholder) abbiamo pubblicato i nostri
tre dischi, e ahimè stiamo parlando di venti e rotti anni fa. Quindi oggi è solo una grande passione. Il doppiaggio è stata una curiosa parentesi, anche se non escludo
di utilizzare le corde vocali in altri bizzarri modi in futuro. Scrivere invece è la mia vita, e credo sia la forma d’espressione in cui mi riconosco di più.
Come si generano in te i personaggi dei libri che scrivi? Vengono da te sotto forma di immagini oppure li costruisci insieme alla storia via via che la inventi o che la rappresenti?
È un processo molto naturale che forse non riesco neanche a razionalizzare troppo.
Posso essere molto analitico sulle funzioni di un personaggio e i suoi lati psicologici o drammaturgici all’interno della storia, ma sulla sua nascita alzo le
mani. Temo si formi da solo nella mia testa per ragioni difficilmente spiegabili (ma è chiaro che la vita di tutti i giorni ha un’influenza decisiva su questo processo).
C’è qualcosa che ancora non hai fatto e che ti piacerebbe esplorare o
sperimentare nel campo della scrittura?
Sto lavorando da un po’ di tempo su una serie tv, di cui ho venduto il soggetto a una produzione italiana insieme a un collega. Non so ancora dirti se inconteremo un green light su questo progetto (fingers crossed!), ma se accadrà sarò molto lieto di sperimentare un linguaggio per me nuovo, quello della sceneggiatura, che ho
studiato ma che mi appartiene meno. Un altro universo tutto da scoprire.
Grazie e buona scrittura.
Sonia Ciuffetelli
Leonardo Patrignani, scrittore e musicista, ha pubblicato numerosi
romanzi di narrativa fantastica per ragazzi e adolescenti, tra cui la
trilogia Multiversum (oltre 200.000 copie vendute in 24 Paesi). Con
Darkness (DeA) ha vinto il Premio Bancarellino 2020. La Cattedrale di
Sabbia (Mondadori) è il suo esordio nel thriller.
È anche coach letterario, curatore di progetti editoriali per i principali
marchi italiani e consulente di scouting e sviluppo dell’agenzia PNLA.