Il personaggio. L’Iguana di Anna Maria Ortese

Il personaggio. L’Iguana di Anna Maria Ortese

Umanità e bestialità nell’Iguana di Anna Maria Ortese

Nata dal romanzo di Anna Maria Ortese, una sorta di favola che può essere ascritta al genere della letteratura fantastica, la donna-Iguana è una creatura ibrida e fortemente simbolica che spunta dalla storia nel momento in cui il protagonista Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei Duchi d’Estremadura-Aleardi, e conte di Milano, familiarmente chiamato Daddo, approda al largo del Portogallo, nella immaginaria isola di Ocaña, in cerca di nuove terre da comprare per accrescere il patrimonio di famiglia.

 

Gli unici abitanti dell’isola sono il marchese don Ilario Jimenez e i fratelli Felipe e Hipolito. Quando incontra la strana creatura, Estrellita, la donna-iguana che fa la serva nella casa del marchese, Daddo pensa che sia una vecchietta, poi si accorge che invece è una vera iguana, una lucertola in formato gigante, vestita da donna, con abiti laceri, abile servetta.

Grande, a questo punto, fu la sorpresa del Daddo, nell’accorgersi che quella che egli aveva preso per una vecchia, altri non era che una bestiola verdissima e alta quanto un bambino,

dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori, giacché era la somma evidente di tutti i cenci della famiglia. In testa, a nascondere l’ingenuo muso verdebianco, quella servente portava una pezzuola anche scura.

Era scalza. E sembrava, benché quelle vesti, dovute a uno spirito puritano dei padroni, la impacciassero non poco, adatta a svolgere tutti i mestieri con una certa sveltezza. In quel momento, però, sembrava proprio non farcela. Una delle sue verdi zampette era

fasciata, e con l’altra, sospirando intensamente, essa si sforzava invano di tirare su dal pozzo un grosso secchio.

Immediatamente il Daddo, con quello spirito di cavalleria che lo rendeva così amabile, senza perdere tempo a chiedersi, come avrebbe voluto la religione che egli professava, se quella creatura era cristiana o pagana (come più sembrava), si precipitò accanto alla bestia, che gli levò in volto due occhietti supplichevoli e fantasticanti, mormorando –mentre il conte prendeva lui il secchio:

«Grazie o senhor! Grazie!».

«Non c’è di che, nonnina!».

«Sì, il raffiosi è guastato» osservò don Ilario, che non appariva affatto preoccupato dall’impressione

che una tale servente poteva fare sul forestiero; e bastò questo accento

tranquillo, e privo in modo assoluto di imbarazzo o di pena, a persuadere il Daddo che

non vi era in quella “vecchietta” nulla di meraviglioso; o, se per caso vi era, faceva parte

della normalità del mondo, che esso stesso (dato che all’inizio non era, e poi è stato, e

non si vede chi o che cosa l’abbia originato) era abbastanza enigmatico. In ciò lo aiutava

moltissimo quel suo spirito estatico, che dappertutto, nel meccanismo della natura, scorgeva

un’anima uguale, e avvertiva un appello alla propria fraternità. Si aggiunga che vi

era effettivamente, nella creatura, un che di umile, di pensieroso.

(da L’iguana, Adelphi, Milano, 2003)

 

Chi è Estrellita? Cosa rappresenta? Il significato oscilla tra le diverse interpretazioni, ora in chiave cristiano cattolica (la donna-serpente simbolo della tentazione) ora incarnazione del male e dunque della bestialità, ora bestialità che diventa umana, come in un processo di sublimazione e di innalzamento dalla condizione animale a quella di donna. Sicuramente l’Iguana di Ortese è la rappresentazione pervasiva della mostruosità, della diversità che si muove all’interno di un viaggio, quello di Daddo, finalizzato a concludere affari e che tesse la propria trama tra le attività e le relazioni di un conte e un marchese, lo stesso che un tempo l’aveva apprezzata e poi ridotta in una condizione di totale subordinazione. Ma è anche rivelazione di un oscuro confine, che la natura non delinea in modo netto e che gli esseri umani invece demarcano in virtù della convinzione di una probabile superiorità nei confronti delle bestie che abitano il loro stesso mondo.

L’Iguanuccia di Ortese, così spesso la chiama, utilizzando anche una serie di altri vezzeggiativi-diminutivi in riferimento alla sua personalità e alla sua persona, è una figura che a tratti si identifica con fattezze e movenze animali, a tratti umane, talvolta persino demoniache. C’è un umano infantile in lei, una tenerezza in quel suo corpo grande per essere una lucertola, piccolo per essere una donna, c’è una nota di colore in quel suo fazzoletto annodato intorno al collo o posato sulla testa e tutto, ogni cosa, dal linguaggio che la caratterizza, al modo di occupare lo spazio, al ritirarsi nella sua botola, al suo riassettare la casa, ogni tratto che la riguarda confluisce in una commistione di realtà e simbologia che ricorda appena la stessa mescolanza che si riscontra nei romanzi d’avanguardia dell’epoca. L’Iguana uscì a metà degli anni Sessanta, mentre il Gruppo ’63 e il neo sperimentalismo linguistico rinnovavano i linguaggi novecenteschi e li spingevano verso diverse soluzioni stilistico-letterarie.

È un’opera di grande intensità espressiva, tortuosa sì, linguisticamente inclassificabile, che si inoltra in un classicismo lessicale inatteso quanto ironico (nonpertanto, venivagli, primitario), periodi ipotattici, iperbati e inversioni di costrutti in un sali e scendi mirabolante. È però anche un’opera di intensità figurativa e letteraria quando la donna-iguana tratteggiata come una creatura imprendibile è una delle abitanti di un’isola immaginaria, una raffigurazione di un mondo in cui c’è continuità tra bestia e persona, una piccola persona. L’immaginazione è presente nella realtà, sia nel linguaggio, una voce curva e in continuo movimento sintattico-lessicale, sia nella rappresentazione della vicenda. Estrellita è quel che non appare palesemente, ma c’è. È l’invisibile.

Anna Maria Ortese dice di sé io sono una bestia che parla. La presenza degli animali accompagna la sua produzione complessiva: le sue storie sono attraversate appunto da una iguana, da un cardillo e infine da un puma. In una sua intervista su Nuovi Argomenti citò un noto saggio sulla crudeltà scritto da Michel de Montaigne in cui spiegava, attraverso la voce del filosofo, la sacralità della vita in quanto vita, dilatando il concetto di umanità fino a comprendere i viventi, tutti

“ c’è forse un governo regolato con maggior ordine, distribuito in più incarichi e uffici diversi e tenuto con più fermezza di quello delle api? Questa disposizione di azioni e funzioni così ordinata , possiamo forse immaginarla condotta senza raziocinio e senza previdenza?”

 

Cosa sarà della donna-iguana? Daddo vuole portarla con sé a Milano, prova una sorta di cristiana compassione nei suoi confronti, tenta persino di salvarla. Inizia però a delirare, a diventare vittima di visioni e finisce per cadere in un pozzo e morire.

La sua morte è il sacrificio che farà trasformare Estrellita in una donna e trasporta il lettore dalla fantasia visionaria alla realtà, mentre scavalca senza troppa fatica il muro che ottunde i due mondi per nulla separati.